I ricercatori dell’Università di Pisa, in collaborazione con Biorepack, hanno sviluppato un nuovo protocollo analitico per individuare la presenza di polietilene, o PE, negli imballaggi in bioplastica compostabile. Il tema è tecnico, ma molto concreto: il PE è un materiale non degradabile e, secondo la norma EN 13432, negli imballaggi compostabili può essere presente solo entro la soglia dell’1 per cento.
Il nuovo strumento consente di rilevarlo in modo rapido e preciso anche in campioni complessi e in quantità molto basse, due condizioni che rendono particolarmente delicato il controllo dei materiali immessi sul mercato. Non è un dettaglio da laboratorio per pochi addetti ai lavori: la possibilità di identificare con maggiore affidabilità eventuali frazioni non conformi incide direttamente sulla qualità della raccolta, sul corretto riciclo organico e sulla trasparenza lungo la filiera.
Il protocollo nasce quindi come supporto operativo per contrastare illegalità, false dichiarazioni e materiali fuori norma. In un settore in cui la dicitura “compostabile” rischia talvolta di essere usata con troppa leggerezza, strumenti di verifica più accurati aiutano a distinguere i prodotti realmente conformi da quelli che lo sono solo sulla carta. Spiegazione seria sotto, etichetta stupida sopra: il problema non è la parola “compostabile”, ma cosa c’è davvero dentro il materiale.
Per cittadini, imprese e ambiente, il valore del progetto sta soprattutto nella possibilità di aumentare i controlli e ridurre le zone grigie. Più verifiche significano maggiore tracciabilità, minore rischio di contaminazione dei flussi destinati al compostaggio e più fiducia in un comparto che, per funzionare, ha bisogno di regole chiare e strumenti capaci di farle rispettare.
