Industria e istituzioni a confronto sul futuro della plastica in Italia, tra competitività e sostenibilità. Su iniziativa del presidente della Commissione Attività produttive della Camera, Alberto Luigi Gusmeroli, e con il coinvolgimento di PlasticsEurope Italia, si è svolto nella capitale un incontro che ha riunito i principali attori della filiera nazionale e i rappresentanti istituzionali.
Al centro del confronto, il ruolo strategico del comparto e le sfide legate alla transizione verso modelli più circolari, in un contesto segnato da criticità normative, costi energetici elevati e nuove dinamiche internazionali e la presentazione dello studio “L’industria della plastica in Italia. Strategie e linee di azione per supportare competitività e circolarità”, realizzato dai principali player della filiera, con la collaborazione di TEHA Group, think tank e gruppo leader di consulenza strategica.
Il rapporto evidenzia anzitutto la strategicità del comparto nel contesto economico nazionale: la filiera della plastica italiana ha generato, nel 2023, 58,4 miliardi di euro di fatturato e 15,3 miliardi di valore aggiunto, con una forza lavoro di 164.000 occupati.
A livello europeo, l’Italia si colloca al secondo posto per valore della filiera della plastica, alle spalle della Germania, confermando il ruolo strategico del comparto nel sistema industriale continentale. Negli ultimi anni, inoltre, il settore italiano ha registrato una crescita del fatturato tra le più dinamiche tra le principali economie europee, rafforzando il proprio posizionamento competitivo, ma anche evidenziando una forte dipendenza dal mercato intra-UE, che assorbe oltre due terzi delle esportazioni.

Uno degli aspetti centrali dello studio è l’analisi del complesso contesto normativo italiano ed europeo, con particolare attenzione alle penalizzanti asimmetrie competitive derivanti dai costi energetici, all’incertezza causata dalle attuali tensioni geopolitiche, ai rischi e alle opportunità che discendono dall’attuale corso legislativo.
Negli ultimi anni il comparto è stato investito da un vero e proprio “tsunami normativo”, legato all’introduzione di regolamenti europei come REACH, la direttiva sulle plastiche monouso (SUP) e il regolamento Ecodesign (ESPR). Queste misure, insieme agli obblighi di rendicontazione sulla sostenibilità e ai nuovi requisiti sulla circolarità dei prodotti, hanno comportato un aumento significativo dei costi di compliance per le imprese, pur rappresentando al tempo stesso una leva per accelerare l’innovazione e la transizione verso modelli produttivi più sostenibili.
“La competitività dell’industria della plastica, settore strategico e di primaria rilevanza per l’economia italiana, è legata alla trasformazione verso un modello sostenibile che abbia la circolarità come leva di sviluppo” ha dichiarato Franco Meropiali, presidente di PlasticsEurope Italia – Federchimica. “L’innovazione tecnologica costituisce un impulso fondamentale per accompagnare il settore verso una transizione efficace, assieme a politiche industriali che rafforzino il comparto, in particolare verso la trasformazione in ottica circolare e la chimica da materie prime rinnovabili. Collaborando con le Istituzioni, siamo pronti a svolgere il nostro ruolo, affinché vengano intraprese le azioni necessarie e creati i fattori abilitanti a supporto della competitività e sviluppo della filiera”.
Il quadro competitivo è ulteriormente complicato dal tema dei costi energetici, che rappresentano uno dei principali fattori di svantaggio per l’industria italiana rispetto ad altri Paesi europei ed extraeuropei. Nei primi mesi del 2025 il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia ha superato i 110 euro per megawattora, a cui si aggiunge il peso del sistema ETS per le emissioni, incidendo in modo diretto sulla sostenibilità economica degli investimenti industriali, in particolare nei segmenti più energivori come il riciclo chimico.
La circolarità si conferma elemento centrale: attraverso la valorizzazione delle tecnologie di riciclo meccanico, chimico e organico (ed un investimento di oltre 2,6 miliardi di euro), l’Italia potrebbe recuperare sino a 4,5 milioni di tonnellate dei rifiuti attesi al 2040 (circa il 66% di 6,8 milioni di tonnellate), di cui il 13,6% attraverso tecnologie innovative, coprendo con materiale circolare sino al 45% della domanda di materia prima nazionale stimata nel medesimo orizzonte temporale (9,7 milioni di tonnellate).
La strategia di sviluppo della circolarità si basa sulla complementarità tra diverse tecnologie di trattamento dei rifiuti, in particolare il riciclo meccanico, il riciclo chimico e il riciclo organico delle bioplastiche. A livello europeo, l’integrazione di queste soluzioni potrebbe consentire di recuperare fino all’80% dei rifiuti plastici entro il 2040, mentre in Italia la sfida principale resta legata alla sostenibilità economica degli investimenti necessari per scalare queste tecnologie.

In tale scenario le bioplastiche, in particolare quelle biodegradabili e compostabili, costituiscono un importante tassello nella costruzione di un futuro più sostenibile, per raggiungere sfidanti obiettivi di circolarità e decarbonizzazione e contribuire al miglioramento della qualità e quantità della raccolta dell’organico.
Nonostante il ruolo strategico attribuito a questo segmento, il comparto delle bioplastiche ha registrato negli ultimi anni segnali di rallentamento, con una contrazione significativa del fatturato dovuta anche alla crescente pressione competitiva di prodotti provenienti da Paesi extra-UE, spesso caratterizzati da standard normativi meno stringenti.
In conclusione, lo studio individua alcune linee di azione per sostenere la trasformazione del settore e favorire uno scenario più competitivo e sostenibile. Tra le priorità emerge la definizione di una strategia nazionale della plastica, che includa anche la semplificazione degli iter autorizzativi per gli impianti circolari, insieme alla necessità di chiarire il quadro tecnico e normativo relativo al riciclo chimico.
Un ulteriore ambito di intervento riguarda lo sviluppo del mercato delle materie prime seconde e delle plastiche da biomassa, anche attraverso l’introduzione di target vincolanti di contenuto circolare nei prodotti e nei processi di procurement della Pubblica Amministrazione. Lo studio sottolinea inoltre l’importanza di istituire un Fondo nazionale dedicato alla transizione circolare della plastica e di prevedere misure di agevolazione fiscale a supporto degli investimenti.
Completano il quadro la riforma e l’estensione del sistema EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) e l’adozione di un approccio integrato per la definizione dei criteri End-of-Waste.
Scenari
Sul piano internazionale, la filiera italiana si confronta con una crescente competizione globale. Da un lato aumenta il peso delle importazioni dalla Cina, in particolare nei segmenti della trasformazione e dei macchinari; dall’altro si rafforza l’esposizione verso il mercato statunitense, mentre l’Italia è diventata negli ultimi anni un importatore netto di materie prime plastiche dagli Stati Uniti. Dinamiche che evidenziano la necessità di rafforzare l’autonomia industriale europea e la resilienza delle catene di approvvigionamento.
Nello scenario più favorevole, attraverso il ricorso congiunto a tali misure, la filiera potrebbe generare ulteriori 3 miliardi di euro di valore aggiunto (+20%) e 30.000 nuovi posti di lavoro. Considerando anche l’impatto sull’indotto, il valore aggiunto complessivo potrebbe aumentare di quasi 10 miliardi di euro con oltre 83.000 nuovi posti di lavoro in tutto il Paese. L’assenza di interventi, al contrario, comporterebbe costi significativi per il settore: si stima infatti una perdita di circa 4,7 miliardi di euro di valore aggiunto (pari a circa il 30% del totale attuale) e di oltre 55.000 posti di lavoro, ovvero circa il 33% dell’occupazione attuale.
Nel corso dell’incontro il presidente Gusmeroli ha posto l’accento sulla rilevanza de settore. “Quella della plastica – ha affermato – è una filiera strategica del nostro sistema produttivo e va difesa con forza, senza ambiguità. Parliamo di un comparto che genera ricchezza, lavoro, innovazione e che oggi si trova a misurarsi con costi energetici troppo elevati, concorrenza internazionale spesso sleale e un eccesso di vincoli che rischia di colpire proprio chi produce in Italia rispettando regole, ambiente e qualità. La transizione verso modelli sempre più sostenibili – ha proseguito – è una sfida necessaria, ma deve essere governata con buon senso, gradualità e concretezza. Non possiamo accettare che, in nome di un ambientalismo ideologico, si finiscano per indebolire le nostre imprese e favorire produzioni estere realizzate con standard inferiori. La politica ha il dovere di stare dalla parte di chi investe, innova e crea occupazione: servono meno burocrazia, più semplificazione, più sostegno agli investimenti circolari e una chiara strategia nazionale per accompagnare la competitività della filiera. Difendere l’industria della plastica significa difendere una parte importante del Made in Italy industriale”.
In questo contesto, il futuro della filiera della plastica italiana appare sempre più legato alla capacità di coniugare competitività industriale, sostenibilità ambientale e stabilità normativa, in un equilibrio complesso che richiederà scelte strategiche condivise tra imprese e istituzioni nei prossimi anni.
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