Nel quadro di mercati energetici ancora instabili e di un dibattito europeo sempre più acceso sulla sicurezza degli approvvigionamenti, il nucleare torna al centro dell’attenzione come una delle opzioni in valutazione per il futuro del mix energetico. Accanto alle fonti rinnovabili e alle politiche di riduzione dei consumi, la tecnologia nucleare – in particolare quella di nuova generazione – viene oggi analizzata per il suo possibile contributo in termini di continuità produttiva, costi e impatto sul sistema elettrico.
In Italia, il confronto si inserisce in una fase più concreta rispetto al passato. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 è stata approvata una legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, che introduce un programma nazionale, prevede la creazione di un’autorità indipendente per la sicurezza e definisce un percorso normativo più strutturato per lo sviluppo del settore. Parallelamente, la nascita di Nuclitalia – società partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo – punta a coordinare le scelte tecnologiche e industriali, con l’obiettivo di ridurre la frammentazione e rendere più chiaro il quadro per eventuali investimenti.
In questo contesto si inserisce l’analisi EY “Nucleare Italia 2026: la rotta per gli Small Modular Reactors”, che propone una quantificazione economica del possibile impatto dei piccoli reattori modulari (Small Modular Reactors, SMR) sul sistema elettrico nazionale.
La simulazione prende in esame un reattore di piccola taglia (100 megawatt, MW), ipotizzandone un funzionamento su un orizzonte di 25 anni e un tasso di utilizzo medio dell’80%. In questo scenario, l’impianto sarebbe in grado di produrre circa 700 mila megawattora all’anno, una quantità comparabile al fabbisogno elettrico di una città di medie dimensioni o alla domanda di grandi infrastrutture digitali come i data center.
Dal punto di vista economico, il modello ipotizza un investimento iniziale di circa 610 milioni di euro, con ricavi medi annui nell’ordine di 86 milioni e un margine operativo di circa 69 milioni. Il rendimento complessivo del progetto si colloca intorno all’11–12%, con un valore attuale netto positivo e un tempo di ritorno dell’investimento di circa 14 anni. Il costo medio dell’energia prodotta si attesta intorno ai 107 euro per megawattora.
Questi valori si confrontano con un mercato elettrico italiano che, tra il 2025 e l’inizio del 2026, ha registrato prezzi all’ingrosso spesso compresi tra 94 e 150 euro per megawattora. Un intervallo che rende il confronto tra diverse tecnologie particolarmente rilevante, soprattutto per i grandi consumatori industriali interessati a stabilizzare i costi nel lungo periodo attraverso contratti pluriennali.
Resta tuttavia centrale il tema delle condizioni di realizzazione. La sostenibilità economica degli SMR dipende in larga misura da alcuni fattori chiave: la capacità di stipulare contratti di lungo termine per garantire ricavi stabili, la standardizzazione dei cantieri per contenere tempi e costi, e la disponibilità di un quadro regolatorio chiaro, inclusa la gestione dei rifiuti radioattivi.
Un elemento determinante è inoltre la cosiddetta “curva di apprendimento” della tecnologia. I primi impianti risultano più costosi, mentre il passaggio alla produzione in serie – grazie alla modularità e alla replicabilità dei progetti – può ridurre significativamente i costi di realizzazione. Questo implica che la competitività economica dipende anche dalla capacità di sviluppare una filiera industriale e di realizzare più impianti in modo coordinato.
Il tema si inserisce in un contesto di domanda elettrica in crescita. Le stime indicano un aumento significativo dei consumi nei prossimi decenni, spinto dall’elettrificazione dei processi industriali, dalla digitalizzazione e dallo sviluppo dei data center, caratterizzati da fabbisogni continui e concentrati.
In parallelo, la crescente quota di rinnovabili non programmabili rende più complessa la gestione del sistema elettrico, aumentando l’esigenza di capacità in grado di garantire stabilità e continuità. In questo quadro, gli SMR vengono considerati da diversi analisti come una possibile opzione tra quelle disponibili, a condizione che siano supportati da modelli finanziari adeguati e da una catena di fornitura in grado di rispettare tempi e costi.
Il dibattito resta comunque aperto e articolato. Oltre agli aspetti economici, entrano in gioco questioni legate ai tempi di realizzazione, ai rischi di sforamento dei costi tipici dei primi progetti, alla gestione delle scorie e all’accettabilità sociale delle infrastrutture. Allo stesso tempo, il contesto geopolitico – segnato da tensioni sulle rotte energetiche globali e dalla dipendenza europea da importazioni di combustibili fossili – contribuisce a riportare il tema della sicurezza energetica tra le priorità del confronto pubblico.
In questo scenario, analisi come quella di EY offrono una base quantitativa utile per orientare il dibattito, senza esaurirlo: la valutazione del ruolo del nucleare, e in particolare degli SMR, resta infatti legata a scelte politiche, industriali e sociali che andranno ben oltre i soli parametri economici.
