I cambiamenti climatici pesano anche su produzione agricola e allevamenti

19 settembre 2017
I cambiamenti climatici pesano anche su produzione agricola e allevamenti
FOOD
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La campagna di sensibilizzazione di Slow Food e Chesse 2017, ‘Menu for Change’: siamo quello che mangiamo e che produciamo

Cheese 2017 – Gli Stati Generali del Latte crudo, chiusasi ieri a Bra (Cuneo), si è unita all’impegno di Slow Food per lanciare la campagna di sensibilizzazione ‘Menu for Change’. Che ha un importante obiettivo: riportare l’attenzione sullo stretto legame esistente, ma troppo spesso sottovalutato, tra cibo, cambiamenti climatici, (sfruttamento) del territorio e delle risorse produttive. Associato, in questo particolare contesto, alla produzione lattiero-casearia, tuttavia estendibile a qualunque altro settore della produzione derivante dalla terra. “Siamo responsabili di quello che mangiamo”, ha dichiarato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, “e anche di quello che coltiviamo. Il più grande terreno da coltivare è la lotta allo spreco; le maggiori istituzioni internazionali sensibilizzano al fatto che nel 2050 saremo 9 miliardi e mezzo e dunque alla necessità di produrre più cibo, che oggi sfama già 12 miliardi di viventi. A significare che un’ampia parte di quello che viene raccolto, trasformato e venduto viene buttato”. Dunque, c’è un intero paradigma agricolo e agroalimentare da cambiare, mentre la produzione sta sempre più concentrandosi nelle mani di pochi. Evento su cui pesa anche un altro fattore determinante: l’impatto devastante dei cambiamenti climatici. Rapidi, repentini che non lasciano il tempo né alla terra, né all’uomo di adattarsi ai mutamenti in atto, con sensibili danni sulla produzione agricola, sugli allevamenti e sull’ambiente. Prime fra tutte, le estati troppo calde e siccitose che si stanno susseguendo dal 2003. «Un recente studio francese – ha precisato il climatologo Luca Mercalli – ha esaminato gli effetti del cambiamento climatico sulle razze animali e i formaggi, evidenziando che anche in alta montagna l’aumento delle temperature ha imposto di modificare la conduzione degli alpeggi, costringendo i malgari al ritorno in pianura anche con un mese di anticipo. Siccità e parassiti arrivano, dunque, dove finora non si erano mai visti». In funzione di questi eventi i ricercatori della Società Meteorologica Italiana, Guglielmo Ricciardi e Alessandra Buffa, fanno sapere che non è più sufficiente concentrarsi solo sulla valutazione delle attività principali legate alla produttività, ma che occorre andare oltre: «E’ necessario valutare anche gli aspetti della preproduzione come il tipo di mangimi e concimi e della postproduzione tra cui trasporto, stoccaggio, packaging. Inoltre le emissioni di CO2 non sono l’unico parametro da considerare, bensì vanno tenuti in conto anche il contesto geografico di produzione, la qualità dei suoli e il loro livello di tossicità e l’uso in quanto risorsa scarsa, l’utilizzo di acqua e di biosfera (water footprint e ecological footprint». Il settore agricolo è infatti tra i più impattanti in termini di gas serra: con il 21% di emissioni è secondo solo alle attività legate all’energia (37%), mentre la fermentazione enterica degli allevamenti industriali copre il 70% di questo dato. Eppure, nonostante questi valori percentuali importanti e le indicazioni della Fao che ribadisce la necessità di andare verso un’indagine multiprospettica che tenga conto anche degli influssi del cambiamento climatico su sicurezza alimentare, nutrizione e perdita di biodiversità, siamo ancora ben lontani dall’avere una visione chiara e complessiva della filiera. Rimbocchiamoci dunque le maniche e ascoltiamo, rispettandola, la terra.

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