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Otto imprese su dieci investono nel green, ma la circolarità rallenta

È corsa alle certificazioni ambientali (60% degli investimenti green) sotto la spinta delle Direttive UE, tra cui quella su ECGT - Empowering Consumers for the Green Transition.

di redazione2
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Il green non è più una voce accessoria nei piani delle imprese italiane. È diventato una componente delle strategie industriali, con effetti sempre più concreti su costi, efficienza, accesso al credito e competitività. A dirlo è la quinta edizione dell’Osservatorio Clean Technology 2026, realizzato da Eumetra per Haiki+ e Circularity su un campione di 400 piccole, medie e grandi imprese italiane.
A spingere questa trasformazione sono soprattutto il caro energia, l’instabilità geopolitica, l’evoluzione normativa e criteri più stringenti nell’accesso ai finanziamenti. La sostenibilità viene così valutata sempre meno come scelta d’immagine e sempre più per la sua capacità di incidere sui processi produttivi e generare ritorni economici misurabili.
“La sostenibilità non viene più affrontata come un elemento accessorio, ma come parte integrante delle strategie industriali”, ha dichiarato Maria Alessandra Gallone, presidente di Ispra, sottolineando anche la necessità di poter contare su dati affidabili, criteri condivisi e strumenti di misurazione in grado di dare sostanza agli investimenti ambientali e limitare il ricorso a comunicazioni green prive di evidenze.

Raddoppiano le medie e grandi imprese

Nel 2026 la sostenibilità entra con maggiore decisione nella pianificazione industriale delle imprese italiane. Il 63% delle medie e grandi aziende dispone oggi di un piano con obiettivi strategici di medio-lungo periodo sul fronte ambientale, quasi il doppio rispetto al 35% rilevato nel 2025, mentre nel 57% delle grandi imprese è presente una funzione interna specificamente dedicata alla gestione delle tematiche green. Parallelamente cresce anche la propensione a investire: il 79% delle aziende ha realizzato almeno un intervento in sostenibilità nel corso dell’anno. A guidare le scelte sono però soprattutto esigenze molto concrete, legate al contenimento dei costi e alla sicurezza energetica. Il 76% del campione ha infatti investito in efficienza energetica, contro il 65% del 2025, e sette imprese su dieci hanno installato impianti fotovoltaici. Non sorprende quindi che il 78% consideri le fonti rinnovabili un fattore chiave per la competitività e per una maggiore indipendenza energetica.

Il paradosso del green: costa meno inquinare che riciclare

Mentre sale la quota di imprese che considera la tutela dell’ambiente (67% versus 52% del 2025) e la riduzione dei rifiuti (65% versus 58% del 2025) una priorità assoluta per il Paese, l’urgenza economica ha fatto passare in secondo piano la riduzione della CO2 (dal 26% al 15%) e ha causato una contrazione degli investimenti complessivi in economia circolare, scesi dal 27% dello scorso anno al 14%.
Ciononostante chi continua a investire in economia circolare lo fa in modo strutturato, con un’ottica di medio-lungo periodo e interventi che per 6 aziende su 10 richiedono un re-design dei processi produttivi. Il focus resta sul riciclo di scarti e sfridi di produzione per praticamente tutte le imprese intervistate (96%), sul monitoraggio dei rifiuti (per 9 imprese su 10) e sull’approvvigionamento di materiali riciclati (8 imprese su 10).
La barriera principale rimane il costo economico: per l’86% delle imprese i materiali riciclati comportano costi più elevati rispetto alle materie prime vergini tradizionali (come la plastica).

Corsa alle certificazioni

Tra le aziende che investono nel green cresce in modo significativo il ricorso alle certificazioni ambientali (60% contro il 41% del 2025). L’aumento riflette un contesto normativo europeo sempre più orientato alla trasparenza e alla verificabilità delle performance ambientali. In questa direzione si inserisce anche il D.lgs. 30/2026, in vigore dal 27 settembre, che recepisce la Direttiva (UE) 2024/825 e introduce regole più rigorose sulle comunicazioni ambientali rivolte ai consumatori, limitando l’utilizzo di dichiarazioni ambientali generiche quando non supportate da evidenze verificabili, certificazioni di terze parti o sistemi di riconoscimento ufficialmente riconosciuti.

Redditività

Gli investimenti green si dimostrano redditizi: il 67% delle aziende ha già pienamente raggiunto i vantaggi economici attesi dal proprio impegno, un balzo di ben +12 punti percentuali rispetto al 2025. Tali benefici si traducono in un risparmio concreto in termini di efficienza operativa (che per il 64% delle imprese si attesta tra l’1% e il 5% del fatturato annuo) e in un sensibile miglioramento della redditività generale (indicata dal 38% del campione, +4 punti percentuali).
Cresce in parallelo l’importanza strategica della finanza sostenibile: per 3 imprese su 10 l’impegno green ha determinato un migliore accesso al credito (+9 punti percentuali rispetto al 2025), in particolare tramite l’accesso a finanziamenti dedicati (18%). Questo dato sembra spiegare il nuovo e forte coinvolgimento della funzione Amministrazione aziendale (che sale al 33% di coinvolgimento diretto, +14 punti percentuali rispetto al 2025) nella gestione e rendicontazione dei dati ESG.

Cautela sul futuro

Resta però una certa prudenza sulle prospettive: il 51% delle imprese prevede possibili riduzioni o ritardi negli investimenti green nel prossimo biennio, soprattutto per effetto dell’instabilità economica internazionale.
“I dati certificano la fine della fase dell’entusiasmo green e l’inizio di quella che possiamo definire la sostenibilità del ‘solido realismo'”, commenta Giovanni Rosti, amministratore delegato di Haiki+. “Le aziende non investono per l’immagine, ma per ridurre i costi operativi e rispondere ai requisiti sempre più stringenti di banche e normative europee”.
“Sebbene il caro bollette abbia temporaneamente frenato la diffusione dell’economia circolare in favore dell’efficientamento energetico, le imprese che continuano a fare circolarità lo fanno con progetti strutturati e di medio-lungo periodo”, aggiunge Camilla Colucci, founder e CEO di Circularity. “La sfida è trasformare i vincoli operativi e normativi in valore, pulito e certificato”.

haikiplus.it
circularity.com

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